Giampiero Murgia - Arte e resilienza, tra luce, ombre, cicatrici e rinascita
di Francesca Callipari

Esiste una linea impercettibile, sottile come un respiro, che separa il mondo terreno da quello trascendente, un confine che l'artista Giampiero Murgia attraversa ogni volta con maestria e audacia, spinto dal desiderio di esplorare l'ignoto. La sua arte diventa così una libera danza di energia creativa, un flusso che scaturisce dal profondo dell'anima per manifestarsi in un blu che evoca la vastità infinita di un universo spirituale. In questo spazio di luce e tenebre la sua mano dipinge non solo la forma ma la profondità dell'essere, proiettando la sua coscienza oltre il visibile. È una luce divina, pura e onirica, che avvolge lo spettatore in un abbraccio di consapevolezza, una scintilla che illumina la mente e l'anima, rendendo ogni sguardo un incontro con l'eterno.

Tutto ciò si manifesta con straordinaria intensità nel dipinto Nelle profondità dell'altrove, dove Murgia ci conduce oltre i limiti della nostra percezione, tra ombre avvolgenti e il chiarore etereo di un ambiente sconosciuto. Il blu oltremare, dominante e misterioso, che degrada verso il celeste, unito alla magia dei brillantini in polvere e dei pigmenti in oro sembra qui aprire uno spiraglio verso un'altra dimensione, verso un luogo sospeso tra la realtà e il mistero, dove l'anima sembra perdersi e ritrovarsi. Ogni pennellata è un invito a sondare le profondità dell'essere, a perdersi nell'immensità di un altrove che non è solo spazio, ma anche tempo, coscienza, energia.
Come in molte altre opere, anche in questo dipinto si svela una rete complessa di simbologie e figure che guidano verso una lettura spirituale profonda. Una figura femminile a sinistra, sospesa tra l'aura materna di una matrona e l'essenza incantata di una ninfa, incarna un archetipo senza tempo. Sorreggendo una candela in mano, ella non è semplicemente una portatrice di luce, ma una messaggera della conoscenza. È un faro che guida l'anima smarrita in un mondo lontano dalle certezze, un mondo che trova il suo equilibrio solo nella delicatezza di quella fiamma tremolante. In contrasto, a destra, si staglia la figura maschile, la cui posa, quasi animalesca, evoca un ritorno primordiale alla natura, una connessione visceralmente umana con la terra. Appoggiato a una colonna, l'uomo trova in essa non soltanto un sostegno ma ci indica, in realtà, uno dei messaggi più profondi insiti nel dipinto: le fratture della colonna che - con un tocco delicato ma potente - sono state riparate con l'oro, secondo la tecnica giapponese del kintsugi, sono una chiara allusione alla fragilità dell'esistenza e un simbolo di redenzione, di trasformazione. Sono fratture che non annunciano una fine, ma raccontano la storia di una bellezza ritrovata, di esperienze che, pur segnando l'essere, diventano il bagaglio di un viaggio.

È attraverso queste ferite che si compie la metamorfosi e l'oro che ripara la colonna diventa il segno tangibile di una rinascita che non vuol nascondere, bensì esaltare l'imperfezione. Procedendo, quindi, nella lettura visiva del dipinto, ci si addentra progressivamente anche in quella concettuale ed emozionale, facendo sì che la superficie dell'opera sveli a poco a poco il suo tesoro più segreto. L'artista non si limita a rappresentare una realtà che è immediatamente percepibile, ma ci induce a varcare il confine della visione per intraprendere un percorso attraverso l'opera stessa, un cammino introspettivo che ci permetta di cogliere la luce che nasce dalle tenebre, la forza che si eleva dalla fragilità, la bellezza che emerge dalla sofferenza. L'intreccio di forme, colori e simboli, pertanto, non si limita a narrare una storia: diventa piuttosto interrogazione profonda sulla condizione esistenziale dell'uomo. L'artista ci sfida a riflettere sulla nostra capacità di rinascere, di riconoscerci e trovarci, anche nelle nostre più intime imperfezioni. Ogni elemento dell'opera, dalla colonna riparata all'equilibrio tra luce e oscurità è una considerazione sull'impermanenza e sulla continua possibilità di trasformazione, rendendo questo dipinto un inno silenzioso alla resilienza e alla bellezza intrinseca della fragilità umana.
Francesca Callipari - Art critic and Art curator